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Archive for novembre 2011

Un breve ritratto di Siro Zuliani, mirabilmente tracciato dalla coppia Bonomi&Gallo, in attesa dell’antologia dedicata a questo mitico personaggio veronese, anzi “Sanstefanato”:

“Siro Zuliani fu un personaggio straordinario dell’Ottocento veronese, dalla vita estrosa, breve, drammatica, e l’aureola leggendaria creatasi intorno alla sua persona, oltre a intrecciarsi con quella letteraria di Salgari, diede vita a una caratteristica figura del Carnevale Scaligero .
La vicenda non è nota al di fuori delle mura di Verona. Nel corso del tempo sono prevalsi gli elementi folcloristici che ne hanno attenuato gli aspetti tragici legati a una maschera tanto popolare.
Sortito dal nulla o – come sostenne la “Nuova Arena” – «apparso come una meteora luminosa di cui nessuno sapeva spiegare le origini» , Zuliani richiamò subito l’attenzione dei veronesi alimentando tra gli abitanti di Santo Stefano, il rione nel quale abitava, un sincero entusiasmo per le sue epiche gesta . Nell’agosto del 1883, Siro Zuliani, imitando il temerario Blondeau che era volato in mongolfiera da Milano a Bergamo, fece innalzare proprio dall’anfiteatro cittadino un aerostato. I manifesti segnalavano l’impresa come “l’ascensione del Duca di Saint Julien”; la stampa descrisse la grande mongolfiera montata al trapezio «dal più intrepido dei ginnasti, il Duca di Santo Stefano» , che «abbandonata a se stessa, ed a poco a poco, senza provocare emozioni rigeneratrici, s’alzò nello spazio tirando seco gli sguardi [degli] spettatori», con il Duca trasportato in volo sopra la città .

Durante la disastrosa inondazione che nel settembre 1882 aveva travolto Verona, Zuliani si prodigò generosamente soccorrendo gli abitanti del suo popolare quartiere e, in seguito, promuovendo una vera e propria campagna per collocare una lapide, “la pieretta”, in ricordo di quei tragici giorni. Santo Stefano infatti era stato trascurato dalle autorità municipali durante le numerose cerimonie che, un anno più tardi, andavano ricordando la terribile piena per mezzo di epigrafi sui muri cittadini.
La “pieretta”, recante il segno dell’altezza cui era giunto l’Adige, fu posta personalmente da Zuliani su di un edificio di Santo Stefano, “casa Bussoni”, sotto gli occhi di una folla strabocchevole, che per assistere alla cerimonia si accalcò su tutte e due le rive dell’Adige.
Ben presto cominciarono a circolare voci inquietanti e maligne sulle ricchezze accumulata da Zuliani:

Il Duca di San Stefano è reputata la persona più misteriosa di Verona.
Tutti parlano delle sue ricchezze, dicono che ha scoperto il tesoro, che altrimenti non si saprebbe spiegare come spenda tanto denaro in costruzioni, palloni aerostatici ecc. […].
Curioso, curioso! Questo duca è un impiegato di casa Laschi a cinque o sei lire al giorno che ne spende forse tre tutte le mattine a farsi condur a casa per far colazione ordinando al brum di aspettarlo alla porta.
Dice che va a lavorare senza averne bisogno perché l’uomo deve lavorare per vivere.
Paga come un Cesare tutte le ordinazioni che fa.
Adesso ha dato incarico a qualcuno di cercargli un luogo di campagna dicendo:
− Cercate la campagna. Se la casa c’è, bene. Se no, ce la costruirò io di sana pianta.
Il popolo dice aver egli trovato una pentola di marenghi nella sua vecchia casa, che ha così bene ricostruito a San Stefano.
Il reporter che qui scrive ha fatto di tutto per snebbiare il mistero, ma non c’è riuscito […].
Qualcuno sostiene − a San Stefano − aver detto il duca che i denari sono della moglie, e che egli va da Laschi a lavorare appunto perché non vuole si dica che vive coi denari della moglie. Ma ciò non ha fondamento […]
Comunque la sia, il duca gode di una popolarità incontestata. Abbia poi trovato il tesoro o vinto al lotto, cattive azioni non ne ha fatte, e quindi non resta che augurargli di godersi in pace il suo denaro e il mistero… degli altri .

Il Duca, uomo di naturale allegria, assecondò le dicerie e colse l’occasione per alimentare la leggenda del ritrovamento di una pignatta, colma di marenghi:

Il Duca di Santo Stefano ha esposto ieri sera nella vetrina dello stovigliaio Martini, in Via Nuova alle [C]ampane, la pignatta del tesoro trovato.
È una magnifica ed ampia pignatta di terra cotta, foggiata ad olla da occhette in unto o da salami in concia.
Intorno ad essa aveva, per mezza giornata, lavorato una dozzina di operai per ridurla antica.
Il concorso alla visita della pignatta del Duca fu immenso. Dalla ciana del mercato alla marchesa, dallo spazzaturaio al duca, al sagrestano al monsignore, ci finirono tutti .

Nel gennaio del 1884 nacque il Comitato per il carnevale di Santo Stefano e San Giorgio la cui presidenza venne assunta da Siro Zuliani, che nell’ultimo lunedì di carnevale, non a caso detto luni pignatàr, organizzò una grande festa. Si costituì

una consulta araldica per la consegna di commende e di croci per il cavalierato. La commenda riproduceva quella di Santo Stefano d’Ungheria, eccezion fatta per i gigli sostituiti da una pignatta in oro massiccio.
Mancava soltanto l’inno ufficiale del ducato, ma fu subito composto dal musicista Francesco Pozza che allora dirigeva i gruppi corali. Il canto, che è conosciuto appunto come “L’inno alla pignatta”, introduce la figura del Dio de l’Oro quale elemento necessario per stabilire, in qualche modo, la misteriosa provenienza dell’inesauribile pignatta.
Il baccanale del 22 febbraio 1884 fu, per gli abitanti di Santo Stefano, motivo di vivissimo entusiasmo. Il corteo, come sempre, si apriva con il carro dell’abbondanza; seguiva la cavalcata del Da Vico, il carro del lavoro, quello dell’emancipazione femminile, e quindi il carro del comitato di Santo Stefano formato da una cavalcata, dal carro de la pignatta e dalla magnifica carrozza del Duca: Siro Zuliani e il suo segretario Fedrigo, con al collo la commenda, sedevano con nobile atteggiamento nella carrozza tra tappezzerie preziose. La carrozza era trainata da quattro cavalli bianchi montati da postiglioni. Sugli alti sedili anteriori e posteriori stavano appollaiati quattro lacchè mori. Il trionfo fu grande; soddisfacente anche la somma che se ne ricavò e che venne distribuita in beneficenza .

Qualche giorno più tardi, dopo tre colpi di cannone, le ville del rione e il Castello di San Pietro, che le sovrastava, furono illuminati dai fuochi di bengala e nella piazza di Santo Stefano alcune macchine, «di portentosa e sorprendente forza» fecero scoppiare la “pignatta ducale” che rovesciò oro in abbondanza.

Fu l’ultima clamorosa iniziativa di Zuliani. Per l’amministratore di casa Laschi la situazione volgeva al peggio. Il 19 marzo 1884 i quotidiani locali − la “Nuova Arena” con un’edizione straordinaria a tutta pagina − annunciarono il suicidio di Siro”

(tratto da “Emilio Salgari, la macchina dei sogni” di Giuseppe Bonomi & Claudio Gallo, cap VII, Ed. Rizzoli Bur)

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Inquieto e tenebroso Nordest

ovvero, lo spirito della collana “Quaderni Indaco” attraverso la prefazione a “Melissa e dintorni” di Claudio Gallo.

Sull’esistenza e la plausibilità di una narrativa fantastica italiana si è discusso molto. Si è infatti frequentemente sostenuto – ha scritto Fabrizio Foni ­– che “il fantastico italiano abbia prodotto poche opere e che nella maggior parte dei casi costituisca qualcosa d’altro, di alieno rispetto ai modelli europei e americani, e che solo saltuariamente abbia mostrato davvero elementi spaventosi e perturbanti”.
Ma così non è. Così non è mai stato.
Un’ampia gamma di ricerche, di documenti, di saggi, di antologie hanno dimostrato quanto questo genere letterario sia amato e diffuso nel nostro paese. Autori importanti, case editrici, riviste popolari hanno pubblicato testi di letteratura di genere, fantastici, “orrorifici” provenienti dal mondo anglosassone, francese, tedesco… e romanzi e racconti originali italiani.
La discussione, invece, è stata più contenuta e poco si è ancora detto sulla tradizione letteraria fantastica nel Veneto, nonostante sin dall’Ottocento, e per tutto il Novecento, il Nordest sia stato una piccola fucina di letteratura fantastica.
Elementi narrativi, sperimentazioni, suggestioni, per fare qualche esempio, si ritrovano in Fogazzaro, Buzzati, Parise, Svevo. L’opera di Emilio Salgari nel suo insieme è sottilmente pervasa di elementi fantastici. All’inizio dello scorso secolo, scrittori minori, come il veronese Luigi Motta e il vicentinio Anton Ettore Zuliani, avevano compilato testi immaginari, straordinari, fantascientifici. Lo scrittore trevigiano Gugliemo Stocco aprì le pagine della rivista da lui diretta, il popolare e diffuso “Giornale Illustato dei Viaggi” dell’editore Sonzogno, a Poe, Wells, Bierce. Un vicentino illustre, Gian Dauli, tradusse per primo The Time Machine di Wells e introdusse sulla quella stessa rivista il grande Jack London, i cui romanzi furono poi pubblicati dalla sua piccola e coraggiosa editrice: La Modernissima. Qualche anno prima, un veronese, Achille Tedeschi, aveva già fatto conoscere sul prestigioso “Il Secolo XX”, dell’editore Treves, i racconti di Wells, combinandoli con quelli fantastici di Egisto Roggero e di Oberto Marrama.
Non possiamo nemmeno trascurare le suggestioni di Venezia, musa letteraria di un’infinità di testi fantastici italiani e non. Se ci è permesso estendere il nostro sguardo dalla letteratura scritta a quella disegnata non possiamo dimenticare le prove di due grandi fumettisti come Hugo Pratt, artefice di un fantastico solare e magico, e Dino Battaglia, di uno inquieto e tenebroso.

Questa esperienza si incrocia con quella più recente del noir italiano.
L’area triveneta moderna, devastata da un forte sviluppo industriale, dal dissesto del territorio, dalla nascita di una periferia degradata estesa, è terreno fertile per l’affermazione del noir che consente un cambio completo di sguardo rispetto alla tradizione investigativa precedente (assassinio, indagine, individuazione del colpevole…). Il noir è intriso di umori, di punti di vista, di sensazioni, di atmosfere, di toni cupi e l’esito finale non è scontato: la verità non coincide con la giustizia. Il “fumettista” Paolo Bacilieri, originario di Molina, ha ambientato le storie di Barokko tra un’edilizia commerciale e industriale anonima, triste e grigia, evitando i centri storici del Nordest, così amati e conosciuti. A questa metropoli diffusa veneta che lambisce la “Padania” il padovano Carlotto ha dedicato non solo noir, ma anche un libro d’indagine.

È l’altra faccia del nostro mondo, quella che nessuno vorrebbe conoscere, quella che la gente per bene ignora, che quando cala la notte genera violenza, dissoluzione, amoralità, risvegliando inquietanti forze oscure e misteriose.
Come ben scrive Fabio Giovannini, a noi “interessa più un noir o un neonoir che non si limiti a mettere qualche simpatico investigatore sulle tracce di camorristi e politici corrotti, ma qualcosa che ci anticipi, ci sconvolga nella sua capacità di portare all’estremo quello che l’autore, lo scrittore, lo sceneggiatore colgono nel reale”.
Questa “piccola” antologia dimostra che è possibile contaminare il noir con il fantastico: un tentativo ambizioso e originale al quale abbiamo voluto dare un nuovo colore, quello crepuscolare dell’indaco, in cui le ombre che popolano la notte della nostra terra ci aiutano a indagare e a conoscere il demone che alberga in ognuno di noi. Claudio Gallo

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