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Archive for giugno 2012

Ultimi sei estratti da “Spiriti dell’acqua”. Gli autori sono: Cosma Brusco, Rosanna Mutinelli, Vittorio Rioda, Elisa Podestà, Paola Rambaldi e Stefania Zoccatelli

Ad un tratto, la superficie s’increspò e il profilo tanto caro al ragazzo fece la sua comparsa; la giovinetta rimase a fissarlo con un’espressione indecifrabile. Poi mosse le labbra e, quella volta, Mirco ne sentì il canto.
Era intenso e straziante. «Vieni da me, vieni con me», diceva. La voce melodiosa descriveva mondi dimenticati di ineffabile bellezza e prometteva un futuro gioioso, lontano dai vincoli materiali, dove sarebbero stati liberi, per sempre insieme.
Obbedendo a uno sguardo eloquente della fanciulla, Mirco sganciò il braccialetto e lo depose sulle pietre antiche. Quindi si lasciò scivolare tra le braccia umide della Brentella, fino a immergersi completamente. L’ambiente subacqueo filtrava la luminosità opalescente, regalandogli una visione nuova, magica. A qualche metro di distanza, la ragazzina bionda galleggiava con gli occhi chiari fissi su di lui. I suoi gorgheggi lo raggiungevano anche sott’acqua: «Vieni da me, vieni con me».
Da “Notte di mezza estate” di Cosma Brusco

Avvolto dalle tenebre, dopo il terzo rintocco del campanile di Garda, si allontanò dalla strada che portava a Torri, e discese di lato verso la riva.
D’un tratto, gli parve che il silenzio fosse interrotto da sciacquii, risate e gridolini sommessi.
L’uomo si fermò in ascolto, trattenne il respiro, poi si appiattì sul terreno e strisciò fino a raggiungere gli scogli argentei della costa.
Alcune fanciulle, illuminate fiocamente da una luna velata, stavano immerse nell’acqua: chi fino alla cinta, chi completamente, e ridevano e cantavano con voce sottile e vellutata. Alcune di loro indossarono un abito argentato, fino a quel momento steso su una roccia, dalla trama costellata di scaglie scintillanti, che le fasciò come una seconda pelle e si inabissarono nel buio fondale provocando solo una lieve increspatura d’onda dai cerchi perfetti.
Da “Pelle d’argento” di Rosanna Mutinelli

Iniziava una sfavillante giornata di sole e stavamo tranquillamente distese sul prato, brillanti nella radente luce del mattino. Ci muovevamo appena, pigramente, e accarezzavamo con negligenza smeraldini fili d’erba.
I rumori attorno erano smorzati: Il ronzio di qualche insetto lontano, i primi cinguettii di uccelli mattinieri che si incoraggiavano fra loro, lontano il gorgoglio di un piccolo torrente.
«Sarà ora di muoversi?». Disse Stilla con fare noncurante. La sua pelle trasparente, tesa e lucida, pareva riflettere bagliori policromi.
«Non è ancora il momento. Dove hai fretta di andare?». Le risposi con la solita indolenza.
«Non so, questa mattina mi sento particolarmente leggera, mi sembra di volare». Rispose lei.
Da “Ricordi di Ru” di Vittorio Rioda

Ploff.
Cado in una vasca di pietra. Ancora opere artificiali, avrei preferito finire in acque termali non infestate da questi esseri dannosi. Ci sono ancora tante acque curative non scoperte dall’uomo. Noi spiriti dell’acqua andiamo là e passiamo bei momenti. Cantiamo e siamo felici.
Pazienza, poteva andare peggio. Allungo il collo e mi incammino sul pelo dell’acqua in cerca delle sorelle termali.
Curiose si avvicinano a me, flessuose e bellissime, lucenti e allegre, mi accolgono con girotondi e canti. Gli uccelli si uniscono a loro, nonostante infuri su di noi un tremendo temporale. Nessun essere umano intorno. Cantiamo tutte e balliamo, increspiamo la superficie della vasca e facciamo schizzare l’acqua in complicati giochi di spruzzi. Nessuno si accorge di noi, dei nostri schizzi e increspature, sono felici di vedere una loro sorella venuta da lontano. Sono felice anch’io.
Da “Spiriti in vacanza” di Elisa Podestà

La ragazza immusonita dalla storia del pesce si cacciò i capelli nella muta e infilò i guanti. Era istruttrice subacquea, ma non si era mai dovuta immergere alla cieca e appena avanzarono nell’acqua a tentoni, vinta dalla claustrofobia si aggrappò subito alla mano di Lambertini più del dovuto. Il respiro nel gran facciale quando le teste sparivano sott’acqua rimaneva l’unica cosa concreta ad accompagnarli, per il resto dovevano affidarsi al tatto. Nonostante tutto, il giro fortunatamente non presentò particolari ostacoli, a parte la foresta di alghe glutinose che tendeva ad attorcigliarsi alla cintola e alle gambe, e il tappeto di pietre aguzze che la costringeva ad avanzare in punta di piedi. Dopo un quarto d’ora tornò in superficie sfoderando un bel sorriso a uso e consumo dei colleghi, rinfrancata dall’idea di non essere stata da meno di un maschio, ma soprattutto dal fatto che adesso sarebbe toccato a un altro. Ma Lambertini a quel punto, non pago, volle esagerare.
Da “Velut ignis ardens” di Paola Rambaldi

Tanto tempo fa, quando il padre di mio nonno doveva essere appena un bambino, questa casa apparteneva alla famiglia Scoccati. Erano persone molto rispettate qui a Malcesine e avevano un’unica figlia, di nome Anemone. – interpretando l’espressione di impazienza del nipotino, il nonno assentì – Sì, proprio la ragazza della fotografia. Dunque, Anemone era stata molto desiderata dai suoi genitori e, dopo di lei, non avevano potuto avere altri figli. T’immaginerai come la adoravano e la viziavano e, quando fu in età da marito, avevano già pronto per lei il miglior partito. A quei tempi funzionava così, una non poteva sposare chi voleva, eppure, al conoscersi per la prima volta, i due giovani s’innamorarono follemente l’uno dell’altra.
Da “Vuoi sentire una bella stori?” di Stefania Zoccatelli

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Nuovi estratti dal libro “Spiriti dell’acqua”

D’impulso decise di osare, cedendo all’intenso richiamo ancestrale. Un tuffo e fu nel suo ambiente naturale. Il corpo si mosse rapido e in pochi secondi fu lontana dalla costa. Le voci non erano cessate, il riverbero era costante anche nel mare, persino più distinto, come se provenisse dagli abissi.
Presa dalla foga dimenticò tutte le precauzioni che le erano state insegnate nel corso degli anni. Nuotava libera, eccitata, spingendosi lontano, alla deriva.
Da “Il popolo perduto” di Alexia Bianchini

«Queste acque sono salutifere, simboleggiano ciò che Reitia dona agli uomini: in quelle polle d’acqua cela il dono della procreazione e del parto. Fai bene a cercare la sua benevolenza. Non lontano da qui esiste una di queste polle, sgorga un’acqua calda e limpida. Trovala, e avrai trovato dove chiedere alla dea l’aiuto che cerchi». Era una parola, Ostiala non era una che si muovesse molto da casa, non era un mercante, e nemmeno un viaggiatore, non aveva idea di dove si trovasse il luogo santo di cui aveva avuto notizia.
Da “Il quarto parto” di Giuliana Borghesani

Il posto, nella scarsa luce della luna, faceva quasi paura. Sembrava uno di quei giardini all’inglese, un po’ incolti e misteriosi, in cui qualcuno con uno strano senso dell’umorismo si fosse divertito a piazzare delle vasche da centrale elettrica.
Acqua e vegetazione, terra e piastrelle, muffa e marmi, tutto era mescolato in un bianco e nero fumoso e indefinibile. Il risultato dava l’impressione di qualcosa che doveva essere stato moderno, qualche decennio o anche qualche secolo prima, ma che era finito preda di foglie e rami, fango e radici, di una natura strisciante e umida che si era riappropriata di ciò che l’uomo le aveva sottratto.
Da “In un certo senso” di Irene Incarico

«Non ti serve a niente, lei. È una bambina, piccola e stupida. Prendi me e la mia magia». La sua voce è calma e disperata. Sfila il coltello dalla veste e si taglia una ciocca di capelli. La getta in acqua ma quel nastro bianco non affonda. Ne strappa un’altra e cerca di ficcarla sotto un sasso, con l’acqua che le ghiaccia le dita deformate ma i fili bianchi di nuovo scappano in superficie, presi dalla corrente.
«Prendili, vigliacco. Prendi me, ti supplico».
Poi si alza la gonna, si china sul fiume e vi immerge il ventre.
Da “L’acqua ricorda” di Filippo Tapparelli

Mi alzai e mi avvicinai al bagnasciuga. Chi conosce il lago sa che le onde sono talmente lente e pigre che bisogna fare un corso speciale per non evitarle. Una difficoltà maggiore consiste nel non rabbrividire quando ti toccano i piedi, perchè non c’è momento dell’anno che non siano fredde. Quel giorno erano fredde fredde, perciò rabbrividii e saltai all’indietro, facendo poi ricorso a tutto il coraggio che avevo per riaffrontarle e affondarci dentro i piedi.
Da “L’immagine riflessa” di Roberto Bonadimani

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copertina dell’antologia Spiriti dell’acqua



Pubblichiamo i primi quattro estratti dall’antologia Spiriti dell’acqua:

La ragazza giunse in prossimità di uno specchio d’acqua fumante e i cacciatori si fermarono; a quel punto l’avevano in pugno, avrebbe dovuto arrestarsi per non cadere nell’acqua gelida. Invece rimasero allibiti nel vederla liberarsi della pelliccia e impietriti osservarono la sua candida pelle nuda stagliarsi sull’orizzonte plumbeo, quindi udirono un tonfo lieve e il suo corpo scomparve nelle acque avvolte nelle nebbie.
Da “Acqua antica” di Gelmino Tosi

E quando l’ennesima giornata sembrava sfiorire nell’autocommiserazione e nell’alcool, ecco comporsi nell’acqua un’immagine da sogno. Oltre il vetro della porta scorrevole, oltre il plateatico, stava mollemente adagiata una fanciulla che scioglieva le folte trecce bionde, lisciandosi i capelli sul seno formoso. Era forse una Naiade? Una Eleiade, magari. E da dove gli spuntava quel termine? Possibile che le lezioni di letteratura classica fossero ancora catalogate e dormienti in qualche angolo del suo cervello? Possibile che la professoressa Chirone fosse riuscita a conficcarle così in profondità in lui a colpi di quattro e di terrore vero?
Da “Di zoccole leggendarie” di Enrico “Nebbioso” Martini

Filippo era un ragazzino pelle e ossa di dieci anni, con i capelli di un biondo dai riflessi quasi argentei e gli occhi del colore di un intenso azzurro estivo. A lui i pantaloncini corti di tela quadrettata, con l’elastico che gli facevano aderire la stoffa alle sue gambe secche, rimanevano al loro posto solo perché trattenuti dalle bretelle che, partendo dalla pettorina, andavano ad agganciarsi, incrociate, nei due bottoni cuciti dalla mamma di dietro in cintura, più o meno là dove dovevano trovarsi i suoi reni.
Da “El buso de ‘l Diaolo” di Giuseppe Corrà

Tornato in Europa era stato informato che la donna era morta. Indietro non poteva tornare, i Cavalieri del Santo Sepolcro lo avrebbero condannato. Divenne un cavaliere errante che combatteva per chi lo pagava, ma solo per giuste cause. Il denaro che accumulava gli sarebbe servito per pagarsi l’indulto e fatta penitenza rientrare nei ranghi dei Cavalieri. In fondo perché non avrebbero dovuto accettarlo? Si era sempre battuto con coraggio, era stato tra i primi a salire sulle mura di San Giovanni d’Acri, ferito numerose volte per difendere il Santo Sepolcro.
Da “Il cavaliere” di Arnaldo Liberati

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