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Archive for dicembre 2012

sfondi-renne-natale

Marco si chiuse la porta della cameretta alle spalle e sospirò: il piccolo Giacomo era a letto e se ne sarebbe stato buono. Forse non avrebbe dormito, ma quale bambino dorme la vigilia di Natale?

Scese le scale senza fare rumore e arrivò alle spalle di Giorgia, sua moglie, intenta a riordinare, abbracciandola.

«Ti aspetto di là», le sussurrò.

Si profilava una calda serata ad impacchettare doni da disporre sotto l’albero, tra un bicchiere di brulè e un vecchio film in bianco e nero, di quelli che si vedono solo in queste occasioni e che ti lasciano l’anima gonfia di commozione e amore per il prossimo.

Dopotutto, perché non godere del clima natalizio, dolce come sciroppo, puro come zucchero a velo? Con l’inizio dell’anno si possono sempre smaltire sentimenti e grassi in eccesso con un po’ di autocontrollo, senza troppa fatica.

«Papà, papà…», la voce del piccolo superò di poco quella di Frank Sinatra, in Tv.

«Dormi, Giacomino – disse Marco senza neppure alzarsi dal divano –  altrimenti Babbo Natale non viene».

«Papà, vieni a vedere, vieni…». La vocina eccitata non sembrava affatto voler smettere.

«E va bene, vediamo che c’è». Rassegnato ad affrontare un fantasma nascosto sotto il letto o uno gnomo dispettoso acquattato tra l’armadio e l’attaccapanni, Marco salì tranquillamente le scale ed entrò nella cameretta.

Giacomo, issato su uno scatolone di giochi, se ne stava alla finestra e indicava fuori, verso l’alto.

«Papà, è Babbo Natale, vieni a vedere».

«Certo, cer…». La voce gli mancò improvvisamente come se il fiato avesse perso la forza per uscire dalla trachea, mentre il sorriso condiscendente lasciava il posto a un’espressione ebete.

Stagliata contro il drappo nero e senza stelle di quel nuvoloso Natale, a una trentina di metri sopra i tetti, la sagoma illuminata dal chiarore della civiltà non poteva essere confusa con nessun’altra: tre coppie di renne, complete di imponenti corna, la slitta sovraccarica di doni e, soprattutto, la figura vestita di rosso dall’enorme barba bianca e dallo sguardo sorridente.

«Porc…». Marco chiuse gli occhi, poi li riaprì.

Giacomo non aveva dubbi, sorrideva felice, non stava nella pelle.

«Marco, hai visto…».  Giorgia aveva fatto irruzione nella camera e ora se ne stava bloccata in mezzo alla stanza, ansimando.

«Cosa… cosa diavolo…».

«Càlmati, adesso. – Marco cercava di essere rassicurante – Respira e tranquillìzzati. Cosa vuoi che sia? Sarà l’ultima trovata della Coca Cola, invece del solito spot…».

«No! No! È Babbo Natale, quello vero». Giacomo protestava a gran voce: come osavano contaminare il suo sogno con la loro stupida e banale realtà?

«Vado a vedere». Marco si infilò un vecchio giubbotto e i doposci e si diresse all’esterno della villetta, seguito dalla moglie, un po’ titubante, che teneva in braccio Giacomino, avvolto in una coperta.

L’aria era fredda e il giardino ghiacciato scricchiolava sotto i suoi passi, mentre si dirigeva verso la bassa siepe tra piccoli cumuli di grigia neve residua.

Anche il suo vicino era uscito. Marco smise di guardare a bocca spalancata verso l’alto soltanto il tempo sufficiente per fargli un cenno con la testa.

La slitta volteggiava leggera nel drappo nero della notte, senza fare rumore.

La gente si riversava fuori dalle abitazioni in una lenta ed attonita processione.

«Ehi, ce n’è un altro!», disse una voce non identificata, ed era vero: qualche centinaio di metri più a nord, proprio sopra la chiesa, c’era un’altra slitta, con un altro Babbo Natale.

«Come mai sono due?», chiese Giacomino.

«Magari ce ne sono tanti, sennò come fanno ad accontentare tutti i bambini?». La spiegazione di Giorgia non faceva una grinza, o almeno al piccolo parve sufficientemente credibile.

Marco era stordito.

D’accordo, il fenomeno si poteva spiegare in molti modi, magari di lì a poco una voce suadente avrebbe pronunciato qualche slogan sulle note di Jingle Bells; oppure, si trattava di una strampalata gara di paracadutisti.

«Ma dove accidenti sono le funi, o i paracadute o gli elicotteri o… qualsiasi cosa li faccia star su?».

«Esatto, dove sono?». Marco pensava di aver parlato tra sé e trasalì alla voce del vicino.

«A meno che non si tratti davvero di Babbo Natale… Ne abbiamo parlato per anni senza crederci, e adesso…». Giorgia cercava di rompere la tensione, ma il suo commento irritò Marco, che la fulminò con uno sguardo del tipo: “Ma–che–Cristo–vai–blaterando?”.

«Nevica in città?». A questa voce tutti si girarono a guardare a valle, verso l’agglomerato urbano che si stendeva alla base della collina e le cui luci si distinguevano benissimo. Non si capiva, invece, cosa succedesse nel cielo, che sembrava muoversi come un drappo di velluto nero scosso dal vento.

Cominciò a soffiare un vento gelido e le nubi scure si mossero, lasciando che la luce lunare risolvesse il mistero: innumerevoli slitte erano sospese a varie altezze sull’intera superficie della città, ciascuna con le proprie renne e il proprio conducente, tutte uguali.

Marco deglutì, scoprendo di aver lasciato la bocca aperta e la mandibola penzoloni.

«Saranno migliaia…». Il vicino non era meno stupefatto di lui.

«Saranno … forse decine di migliaia… o più…».

La gente, immaginava Marco, sarà scesa per strada e avrà riempito la città, proprio come capitava nella loro piccola frazione.

Nel frattempo, leggere come pagliuzze in una boccia di vetro, le slitte scendevano e scendevano.

Il silenzio era rotto solo dal vento e dall’abbaiare di cani, in lontananza.

Il cielo sopra la città era letteralmente gremito di Babbi Natale.

Improvvisamente, un piccolo lampo, poi un altro e un altro ancora.

Il cielo si illuminava a chiazze, minuscoli flash apparivano e scomparivano in rapida sequenza, come le fiammelle degli accendini a un concerto rock.

Marco guardò verso l’alto: il “loro” Babbo Natale era a pochi metri da terra, si poteva distinguerne il viso rubizzo, i pomelli rossi, lo sguardo benevolo. Ecco cosa mancava: il fiato.

Chiunque, o qualunque cosa fosse, non respirava.

In quel momento, i musi delle renne parvero contrarsi, la pelle si squarciò aprendosi e rivelando, all’interno, una serie di cilindri di metallo cromato.

Nessuno ebbe il tempo di avere paura o di ritirarsi in casa.

“Lo dicevo che non esisteva…”, pensò quasi con sollievo Marco, pochi istanti prima di essere fulminato.

(Tratto dalla raccolta “Ultima uscita”, Il Riccio Editore, 2002)

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