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Archive for marzo 2013

osteria la caregaHo studiato molte volte

la lapide scolpita per me:

una barca con la vela serrata, a riposo in un porto.

In verità non rappresenta la mia destinazione

ma la mia vita.

Poiché mi fu offerto l’amore ed io mi ritrassi dalla sua delusione;

il dolore bussò alla mia porta, ma io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti i rischi.

Eppure allo stesso tempo bramavo un senso alla mia vita.

E ora so che bisogna issare le vele

e afferrare i venti del destino,

ovunque spingano la barca.

Dare un senso alla propria vita può condurre alla pazzia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio –

è una barca che agogna il mare eppure lo teme.

George Gray, da “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

In una sera come quella, bigia, nebbiosa e anonima di gennaio, o forse di febbraio, normalmente se ne andava in piscina a macinare vasche su vasche, cercando di evitare inutili chiacchiere, ben attento a non fornire nessun aggancio, nessuno spunto, nemmeno uno sguardo, concentrandosi sulle bracciate, una alla volta, una dopo l’altra.

Solitamente, tornava a casa quando era fisicamente stanco e rimaneva sdraiato sul sofà, con una birra e un piatto di qualcosa, davanti alla Tv. Spesso toglieva il sonoro e guardava le sole immagini.

Ma quella sera in particolare, dopo aver depositato la sacca sportiva sul sedile posteriore, si era fermato, i gomiti sulla portiera aperta, con l’impressione di dimenticare qualcosa; un pensiero, forse.

Scuotendosi, incuriosito dalla strana sensazione, si scoprì insoddisfatto del solito programma e decise di cambiare. Qualcosa nelle strade brumose della città vecchia lo attirava.

Poche persone camminavano qua e là e la nebbia sembrava smorzare non solo la visione delle loro figure, ma anche il suono dei loro passi.

L’oscurità scendeva gradualmente accendendo i lampioni, circondandoli di un’aureola lattea.

Camminava senza fretta, respirando l’atmosfera densa, stringendosi di tanto in tanto nel cappotto e gettando sguardi superficiali alle vetrine illuminate e a particolari architettonici, senza soffermarsi su nulla in particolare e vagando col pensiero così come faceva coi suoi passi.

Si lasciò trasportare dai propri piedi fuori dai consueti itinerari, per vie sempre più piccole e meno frequentate, fino ad arrivare a quelli che sono i capillari della città, dai nomi semplici ed antichi come “via Pesce”, “piazzetta Mustacchi”, “vicolo cieco Pozzo”, “stra’ del Chiodo”, nomi che potrebbero esistere in città di qualsiasi tempo, o potrebbero riferirsi a caselle di un grande gioco dell’oca.

Voltando per l’ennesimo angolo in mattoni e tufo, illuminata da una lampada di foggia antica, lesse l’iscrizione “vicoletto Sorte”.

Proseguendo nella viuzza larga poco più delle sue braccia aperte, si ritrovò davanti a una vecchia vetrina malamente illuminata e il suo sguardo fluttuante fu catturato da un oggetto familiare: una marionetta di legno raffigurante Pinocchio. Il viso era una sfera e il cappello un cono verde e lucido, mentre la casacca era rossa e le gambe sottili cilindri di legno chiaro.

Improvvisamente lo colse, vivida e fulminea, l’impressione di tenere in mano il pupazzo, di sentirne la superficie liscia, il particolare odore di legno e vernice e, addirittura, la peculiare sensazione di saggiare con le labbra la punta smussata del lungo naso. Schioccò la lingua, come se avesse realmente avuto l’esperienza sensoriale e sorrise tra sé, sentendosi un po’ sciocco.

Piacevolmente sorpreso, si convinse, benché non confortato da un ricordo definito, di aver avuto in tenerissima età una giocattolo simile, magari identico a quello, dall’aspetto così comune, un regalo consueto e diffuso ai tempi della sua infanzia.

Allargando la visuale, dedicò uno sguardo più approfondito alla vetrina e al negozio.

Accanto alla marionetta stavano allineati altri oggetti, delle epoche e varietà più disparate: un vecchio libro, una donnola impagliata, uno dei primi, pesantissimi cellulari, una scatola di biscotti danesi, la vistosa bottiglia di un amaro in voga negli anni Settanta… Un cartello scritto a mano e messo di sbieco riportava, senza troppa enfasi, la dicitura “Occasioni”.

Un’occhiata all’interno gli diede l’impressione di trovarsi di fronte a un bazar di oggetti usati, antichità e stranezze varie.

Dovette fare un passo indietro per leggere la vecchia insegna di metallo scrostata e arrugginita, che riportava la scritta “Fondaco delle Cose Perdute”.

“Che nome bizzarro – pensò – desueto eppure affascinante”.

Rimase a fissare la porta stretta e la dicitura “Entrata libera”, incerto se seguire o meno l’invito.

Sicuramente era una perdita di tempo. Non c’era nulla lì dentro di così interessante da spingerlo all’acquisto, tranne, forse, la marionetta di Pinocchio.

D’altro canto, di tempo da perdere ne aveva in abbondanza.

Così entrò.

La porta sembrava fragile mentre ruotava incerta sui cardini e faceva tintinnare una campanella.

«Permesso…», disse ad alta voce, ma sembrava non esserci nessuno. Mosse qualche passo cauto e ripeté a voce più alta il proprio segnale di presenza. Niente.

La stanza in cui si trovava era piuttosto grande. Le pareti erano completamente ricoperte in boiserie, la cui vernice, stesa con ogni probabilità molto tempo addietro, doveva essere stata color avorio, ed ora presentava varie tonalità, dal grigio all’ocra, salvo i numerosi punti in cui, screpolata o sollevata, metteva a nudo il legno rinsecchito. Le numerosissime mensole e vetrine arrivavano fino all’alto soffitto e contenevano una grande varietà di oggetti. Il centro della stanza era ingombro di scansie di legno intonate alle pareti, alcune alte poco più di un metro, altre almeno due, disposte a formare una specie di labirinto. Scorse, a ridosso della parete di fondo, un vecchio bancone che sembrava tutt’uno con la boiserie, anch’esso ingombro di vasi di vetro, teche per piccoli oggetti e un antico registratore di cassa a manovella.

Alla destra del bancone stava una stufa in terracotta a più ripiani, dalla quale usciva una canna fumaria sgangherata che spariva nel soffitto; a fianco si apriva una piccola porta.

«C’è nessuno…?», provò ancora ad alta voce, ma senza esito.

C’era odore di vecchio, di polvere, di muffa, ma ce n’erano anche altri: di spezie, di cera, di pesce salato, di fiori, di eucalipto e di chissà che altro.

Mosse qualche passo nel dedalo di scaffali, guardandosi attorno incuriosito; gli oggetti esposti senza apparente ordine gli apparivano tutti vagamente familiari.

«Ma guarda un po’… Pecos Bill!». Con un misto di tenerezza e divertimento prese tra le mani un vecchio fumetto. Quanto tempo era passato da quando sfogliava con curiosità quelle pagine! Si chinò a guardare nelle mensole sottostanti e trovò un ricordo ancora più lontano che gli strappò un sospiro: un’intera collezione de “Il Vittorioso”. Ne aprì una copia, sfogliò qualche pagina e poi l’avvicinò al viso e l’annusò. Un’ondata di emozioni, di sensazioni, di ricordi.

Tempi in cui le cose avevano dimensioni diverse e diversa importanza. Tempi in cui il sogno aveva un peso uguale o superiore alla realtà. Quanto aveva amato quel giornalino, con quanta ansia ne aveva atteso l’uscita! Non ci pensava da tanto tempo. Anche il ricordo era andato perduto nei polverosi scaffali della memoria.

Sorrise.

Ancora inebriato dalle inattese rievocazioni, riprese a camminare e, fatti pochi passi, vide un altro oggetto caro, un altro frammento del passato.

Era il classico mangiadischi portatile di plastica arancione, tanto in voga negli anni in cui era ragazzo. Tutti ne possedevano uno. Lo accarezzò e, per un attimo, una immagine nitidissima si affacciò alla sua mente.

Accarezzava il mangiadischi per spolverarlo dalla sabbia.

Era inginocchiato sull’asciugamano e sentiva calore, quasi la pressione del sole sulle spalle nude.

Il vento gli portava l’odore del mare e di creme abbronzanti, attutiti schiamazzi, il chiacchierare di sua madre, l’eco di un juke–box.

E una sensazione interiore di aspettativa, un bisogno indefinito e urgente di vivere, di fare esperienze sconosciute…

Fu un attimo. Inspirando profondamente, trattenne il respiro per non far svanire le sensazioni che si facevano irreali e lontane. Gli rimase una vaga nostalgia e un aroma agrodolce di cose perdute.

Si guardò attorno con tranquillo stupore. Quel posto conteneva gli oggetti e i ricordi di una intera generazione. Anzi, di più generazioni.

Meravigliato delle proprie reazioni, in qualche modo si sentiva grato a quel negozio, tanto che decise che avrebbe acquistato qualcosa.

Riprese a passeggiare tranquillamente esplorando le scaffalature con attenzione e rispetto, come un archeologo in una tomba appena scoperta; di fronte alla parete opposta, fu attratto da una serie di vecchie locandine cinematografiche. Una in particolare lo colpì: “2001: Odissea nello spazio”. Raffigurava una grande stazione spaziale a forma di anello che ruotava nello spazio blu oltremare. Ma per lui era qualcosa di più. Era l’ottimismo, la fiducia nel futuro; era il suo sogno.

Un valzer di Strauss.

La stazione girava lentamente e uno shuttle si avvicinava.

All’interno, una hostess raccoglieva una penna che fluttuava in assenza di gravità e la sistemava nel taschino di un passeggero addormentato.

La mascella gli era rimasta aperta per la meraviglia e, quando se ne accorse, riprese a masticare le rotelle di liquirizia.

Lo spazio lo riempiva di emozione, gli gonfiava il cuore di un anelito, di una sete inesprimibile di infinito.

“Io ci sarò”, aveva pensato.

Anche stavolta il ricordo era stato intenso e fulmineo, solo inquinato da una vena di amarezza. Sì, lo spazio lo aveva chiamato e lui aveva sognato di raggiungerlo. Il 2001 appariva, a quei tempi, lontanissimo. “Per allora – aveva considerato – saremo ai confini del sistema solare, pronti al balzo”. Invece si erano fermati alla luna. Avevano barattato la cintura degli asteroidi con la crescita economica.

Per quanto lo riguardava, avrebbe dovuto fare astrofisica, dopo il liceo, prendere il brevetto da pilota, andare all’Esa o alla Nasa. Avrebbe dovuto impegnarsi e lasciare le comodità di casa, le amicizie, in cambio di una probabilità molto, molto remota di riuscire. Invece aveva fatto ingegneria, suo padre era stato più contento e sua madre anche. E ora, anziché sottoporsi al duro allenamento alle accelerazioni in vista del primo sbarco su Marte, progettava componenti per impianti per la concia delle pelli.

“Sicuramente sarebbe andata male. – pensò alzando le spalle – In fondo, quanta gente si è rovinata per correre dietro ai sogni? Il mondo è pieno di persone deluse”.

Proseguì nella passeggiata e si ritrovò davanti al bancone.

I barattoli in vetro gli ricordavano quelli della latteria della sua infanzia, traboccanti di mentine, liquirizie, anisette colorate. Le teche appoggiate alla superficie ondulata dall’umidità contenevano vari tipi di ninnoli, gioielli anneriti e altre cianfrusaglie. “Qualcuno si è guadagnato questa medaglia. – pensò soppesando una croce d’argento unita ad un nastro scolorito – Magari ha compiuto una azione eroica, indimenticabile. Ed ora, eccola qua, dimenticata e perduta”.

Spostando lo sguardo, un oggetto attirò la sua attenzione e gli annebbiò per un attimo la vista.

“Non può essere”, pensò.

Era un cammeo rosa corallo, montato su argento. Era “quel” cammeo.

Era bella? Forse aveva la bocca troppo grande e il naso irregolare, ma per lui… oh, certamente per lui era la più bella.

Guardarla di nascosto mentre sorrideva gli faceva mancare il fiato, gli causava una aritmia cardiaca, quasi che il cuore non reggesse il passo dell’emozione. La sua pelle era rosa e profumata. I suoi capelli venati di rosso. Si chiedeva come avesse potuto dare il suo             cuore a un essere goffo ed impacciato come lui.

Era un miracolo. Non aveva molto da regalarle, solo quel vecchio gioiello di famiglia, privo di valore effettivo e colmo di valore sentimentale.

Il ritorno alla realtà stavolta fu doloroso e stridente, come strappare un bendaggio a una ferita solo in parte rimarginata. Boccheggiò battendo le palpebre, in bilico per una lunga parentesi di tempo tra il ricordo e la realtà. Strinse la spilla fino a pungersi, meravigliandosi di non provare dolore.

Sentiva gli occhi umidi.

L’aveva amata e l’aveva persa. Avrebbe potuto sposarla e averla accanto per tutta la vita. Se avesse seguito il suo cuore, lo avrebbe fatto. Aveva seguito la ragione, invece, e ora a casa non c’era nessuno ad attenderlo.

Improvvisamente conscio della presenza di un’altra persona, trasalì e si voltò imbarazzato.

All’altra estremità del bancone, vicino al vecchio registratore di cassa, un uomo sedeva assorto in un solitario.

Era stato così immerso nei ricordi che non avrebbe saputo dire da quanto tempo quello strano individuo se ne stesse seduto tranquillo, concentrato sulle carte, palesemente indifferente.

Aveva un viso pieno, incorniciato da lunghi e radi capelli ricci, neri e bianchi, poco puliti in modo evidente; anche la barba e i baffi, attorno alla piccola bocca dalle labbra carnose e sporgenti, apparivano poco curati e non molto folti. Gli zigomi erano lucidi e prominenti, così come i grandi occhi, mentre il naso era largo e schiacciato. Il particolare che donava un tocco di grottesco a quella figura tutt’altro che apollinea era l’apparente assenza del collo: la grossa testa sembrava attaccata direttamente al tronco, tanto da apparire sprofondata nella camicia fino alle orecchie.

Vi fu un lungo silenzio interrotto solo dal frusciare delle carte, poi lo strano personaggio si voltò e sorrise.

«Trovato qualcosa di interessante?». La voce era una specie di sussurro, dalle tonalità vagamente straniere, forse slave o arabe.

«Be’, devo dire che qui ci sono un sacco di cose affascinanti».

«Lo spero, lo spero proprio… Lei è del cancro, vero?».

La domanda lo colse in contropiede.

«Ma come…», balbettò.

«Si vede, sa? – l’ometto continuava a sorridere – anzi, direi che ha un ascendente contrario, per esempio un segno di fuoco».

«Leone. Davvero molto acuto. Cosa vorrebbe dire, secondo lei?». Mentre si avvicinava si chiedeva come potesse trovare simpatico quel tizio.

«Eh… desideri contrastanti. Attaccamento alla casa e voglia di fuggire… venga, vediamo cosa dicono le carte…».

Prese a mescolare il mazzo con dita corte e paffute, sprofondate nelle maniche in modo analogo alla testa e provviste di unghie larghe e sproporzionate; poi cominciò a disporre le carte sul banco, seguendo una geometria bizzarra.

«Vediamo… Eh già, guardi! Acqua e fuoco. Desidera fuggire e si rifugia in soffitta… Mi dica una cosa: lei ha più rimpianti che rimorsi, vero?».

Non rispose subito. Il primo, fugace impulso fu di chiedere come si permettesse di fare domande così personali. Fu un attimo, poi una inesplicabile propensione a parlare prese il sopravvento sulla sua abituale diffidenza.

«Sì…». Fu quasi un sospiro.

L’altro fece oscillare la testa, a sottolineare che per lui era una conferma scontata.

«Ma lei è ancora giovane, signor…».

«Giorgio».

«Ecco, signor Giorgio, dicevo, ha ancora tanta vita davanti a sé… Può ancora lanciarsi nell’oceano della vita… Sa che Gauguin andò a Noa Noa a quarant’anni? Mollò tutto e partì. Pufff. E perché no? Lei ha ancora molte strade da percorrere».

«Mah, non so. Credo che la mia vita abbia preso una piega stabile. Non che mi lamenti, sa? Non vorrei apparirle come una di quelle persone che si lagnano di tutto. No, no, ho un lavoro ben remunerato, molti amici; anche la compagnia femminile non mi manca…».

«Ah, lo so. Se così non fosse, sarebbe costretto a lanciarsi…». Sorrise.

Giorgio non sapeva che dire, così alzò le spalle.

«Permette una domanda?», chiese l’ometto serrando gli occhi e scrutandolo dal basso.

«Dica». “Tanto, a questo punto…”, pensò.

«Lei è felice?».

«Felice? È un termine impegnativo… Cosa intende per felice?».

L’altro tacque e riprese a deporre le carte.

«Mi ha fatto una domanda ambigua… e imbarazzante». Giorgio sembrava voler giustificare la sua mancanza di risposta.

«Ha ragione, mi scusi».

Ora che l’ometto non sembrava più prestargli attenzione, si sentiva deluso, come se, rispondendo in modo sbagliato, avesse perso il diritto a un finale più emozionante.

«Bel nome il “Fondaco”. Ma perché non emporio o bazar?», cercò di rilanciare la conversazione.

«Suona più esotico… – sorrise il vecchio ammiccando – E poi il termine può voler dire anche albergo di mercanti stranieri. In un certo modo io sono straniero…».

«Tratta oggetti di tutti i tipi?».

«Solo cose perdute. Tutto quello che trova qui è stato in qualche modo perso. Aveva un valore, uno scopo e poi non lo ha più avuto perché nessuno glielo ha più dato. Ogni oggetto, qui, è stato dimenticato, e penso sia piacevole ritrovarlo».

«Sì, è come ritrovare pezzi del proprio passato. Per esempio quella locandina, quanto…».

Ora che ci pensava, non aveva visto un solo prezzo, nessuna etichetta su nessun oggetto.

«Quanto vale per lei?».

Giorgio rise e l’altro lo seguì a ruota.

«Lei è molto furbo».

Un improvviso pensiero lo colpì. «Ma se non ci sono prezzi fissi, come possono esserci occasioni, come dice il cartello in vetrina?».

Gli occhi del mercante brillarono. «Occasione è un termine che ha più significati. Può voler dire qualcosa da prendere al volo, che viene offerta a prezzo ridotto. Ma può essere anche un momento nella vita in cui si devono prendere delle decisioni. Momenti propizi per fare delle scelte. Ha mai avuto delle occasioni?».

Giorgio abbassò gli occhi. “Naturale – pensò – tutti hanno avuto delle occasioni. E io le ho perse tutte”. «Che intende, allora, con quel cartello?».

«Io vendo cose perdute. Oggetti perduti. E anche occasioni…».

«Quelle non tornano più».

Il mercante lo guardò dritto negli occhi, quasi potesse in quel modo trovare conferma a una sua domanda inespressa. «Venga con me», disse alla fine.

Scese dallo sgabello su cui stava appollaiato, uscì da dietro il banco e si infilò nella stretta porticina vicino alla stufa.

Giorgio dovette abbassare la testa per seguirlo.

Attraversò un corridoio angusto, zeppo di cose accatastate e salì una stretta e ripida scala a chiocciola di pietra, al termine della quale si trovò in una stanza così grande da poter essere paragonata a un museo. Le scaffalature alle pareti erano altissime e il pavimento era ingombro di bauli, casse, ceste e contenitori curiosi, dei quali era difficile stabilire la funzione.

Gli oggetti che si trovò attorno erano ancora più strani: pendole di dimensioni inconsuete, strumenti musicali sconosciuti, innumerevoli clessidre di ogni foggia e dimensione, antiche e polverose apparecchiature scientifiche dalle funzioni ignote. E poi alambicchi, cataste di arti artificiali, animali impagliati; e un gran numero di vasi di vetro trasparente, contenenti organi non identificabili conservati sotto spirito, interi animali e… parti umane, spesso infantili: braccia, gambe, teste ed interi feti a vari stadi di sviluppo, normali e deformi nei modi più grotteschi e inimmaginabili.

Giorgio era impietrito e sconvolto.

Si voltò verso la parete di fondo, tagliata verticalmente da altissime e strette bifore, dalle vetrate in stile veneziano che lasciavano entrare lunghe e sottili lame di fredda luce lunare. In controluce, vicino ad un armadio aperto, scorse la figura della sua guida.

«Venga, non abbia paura. Tutto quello che vede non è altro che il passato. Cose che sono esistite e sono andate perdute, cose che avrebbero potuto essere, occasioni mancate, strade sbagliate. Ricettacoli di rammarico, di rimpianto. E di oblio».

Come in un sogno, si mosse verso il mercante, seguendo la sua voce sussurrata e vagamente esotica, disorientato e in qualche modo eccitato, ma non spaventato.

Arrivato di fronte all’armadio aperto, vide che conteneva delle ampolle di vetro, ognuna riempita a metà con liquidi di colore diverso.

«Ecco alcune occasioni perdute, distillate e purificate. L’ambizione che non ha voluto seguire, quella blu cobalto; il dolore che non ha accettato, quella d’ambra; l’amore davanti al quale è indietreggiato, quella porpora. Non ha che da scegliere. Può prendere una di queste ampolle e berne il contenuto, ritrovando l’occasione perduta. Potrà avere una seconda opportunità. Potrà cambiare il corso degli eventi e riempire le vele di quei venti che non ha saputo sfruttare».

«Mi sta prendendo in giro?». Giorgio respirava affannosamente.

«Forse. Forse contengono acqua colorata o veleno. – l’ometto sorrise – O forse no. Forse è davvero come le ho detto».

«No, è impossibile. Non esiste niente del genere».

«Questa è una affermazione piuttosto arrogante, non crede?». Sembrava divertito.

«E cosa vorrebbe in cambio?». Giorgio batteva le palpebre, confuso.

«Tutto», asserì semplicemente l’altro.

«Tutto?».

«Tutto. Tutte le sue carte di credito, tutte le sue proprietà, tutti i suoi risparmi, tutte le cose che le sono più care. Tutto».

Giorgio uscì in una risata sguaiata. «Ecco dove casca l’asino. Vuole i soldi, vero? Tutto si riduce a questo. Se mi avesse detto che voleva la mia anima, forse, per assurdo, avrei potuto crederle. Ma si è tradito».

Si voltò e si incamminò barcollando nella direzione dalla quale era venuto.

«A prescindere dal fatto che non saprei cosa farmene, della sua anima – la voce del mercante era calma ed imperturbabile – le ho offerto una cosa che per lei ha un valore sommo e le ho chiesto le cose a cui tiene di più. Non è così?».

«Che intende dire?». Si fermò all’imboccatura della scala a chiocciola, senza voltarsi.

«Dico che ha perso le sue occasioni preferendo qualcos’altro; per cosa ha rinunciato alle sue ambizioni e alle sue passioni? Per una vita fatta di solide certezze. Ha rinunciato a quello e ha scelto questo. Ora rivorrebbe le sue occasioni… e io le chiedo in cambio quello che ha avuto rinunciando ad esse. Non le sembra giusto?».

«Puah, se solo avessi la certezza che quello che mi propone è vero…».

«Troppo comodo. – rise l’ometto – Nella vita, niente è garantito. Chi le dice che, uscendo di qui, non cadrà fulminato da un infarto? O investito da un’auto? Chi le garantisce che la sua casa, in questo esatto momento, esista ancora? No, caro amico, lei ha una scelta, ora, e nessuna garanzia. Prendere o lasciare».

«Quello che dice è impossibile…».

«Direi piuttosto difficile. Questo è vero. Ci sono ottime probabilità che io le stia vendendo una patacca. Ma provi a pensare: se ci fosse una possibilità, una sola possibilità su un milione che io le abbia detto la verità, vorrebbe perdere questa possibilità? Non varrebbe la pena di rischiare tutto?».

Giorgio si fermò e si prese la faccia tra le mani.

Ripensò alla propria vita, al lento scorrere di giornate uguali, alle piatte prospettive degli anni a venire. Poi lo assalì improvvisa la paura di essere raggirato, di trovarsi in una specie di trappola.

Con rinnovata determinazione, scese per la scaletta, tornò nel negozio e si avviò all’uscita, in preda all’inspiegabile timore che qualcosa lo avrebbe trattenuto, impedendogli di allontanarsi.

Ma non accadde nulla del genere.

Aperta la porta, si fermò. “E se…”.

«Ci penso su e casomai ritorno…», disse ad alta voce.

«No». La voce calma ma decisa del mercante lo fece voltare. La grottesca figura era là, dietro al bancone. «L’offerta è valida per oggi, per adesso. Ora o mai più».

Giorgio rimase per un attimo a fissare quegli occhi neri e profondi, poi la sua mente tornò lucida e razionale come sempre, si girò e se ne andò deciso.

Man mano che si allontanava dal fondaco, le sue idee si schiarivano e, dopo poche centinaia di metri, non aveva più dubbi. «Che cretino sono stato», pensava sprezzante.

Si svegliò di soprassalto. Ebbe un momento di panico, constatando che erano le dieci del mattino, prima di ricordare che era sabato; quindi, rassicurato, decise di godersi un altro po’ di riposo, ma il ricordo improvviso della strana esperienza della sera precedente affiorò alla sua coscienza, svegliandolo completamente.

Ripassò mentalmente gli avvenimenti, provando una certa eccitazione e anche un certo sollievo per lo scampato disastro.

“Pensa se gli avessi dato le carte di credito…”.

Le conseguenze di questa scelta erano peraltro vaghe. Il giorno dopo avrebbe potuto bloccare tutto e l’ometto non avrebbe potuto approfittare di niente. E poi, poteva sempre tornare a fargli una visitina… Cosa credeva di poter fare quel tipo?

A meno che… Più ci pensava e più si convinceva che l’unica possibilità per quel criminale, per quanto macabra, sarebbe stata quella di farlo sparire. “Mio Dio… – pensò rabbrividendo – aveva anche accennato al fatto che poteva essere veleno”.

Il ricordo dei vasi di vetro con parti anatomiche sotto alcol gli suggerì un modo in cui l’ometto avrebbe potuto sbarazzarsi del suo corpo.

L’aveva scampata bella.

Questo rimuginare lo accompagnò mentre faceva la doccia, mentre pranzava, e poi in piscina.

Nuotava, vasche su vasche, e intanto pensava a tutti i risvolti della faccenda.

Anche nei giorni seguenti non riuscì a dimenticare quello che era successo.

Forse doveva avvertire qualcuno prima che qualche sventurato cadesse nella diabolica trappola del misterioso straniero, ma la consueta indolenza lo dissuadeva dal mettersi a smuovere le acque. “Fatti gli affari tuoi”, era sempre stato il suo motto.

Dopo una settimana di continuo rimuginare, decise di tornare al negozio e chiarire la faccenda, e in una bella mattina luminosa si incamminò per le viuzze della città vecchia. Il paesaggio e l’atmosfera erano molto diversi, alla luce del sole; c’erano auto, rumori, odori, bambini.

Gli riusciva persino difficile trovare la strada giusta. Come in un rompicapo, individuava qualcosa di familiare e poi, quando era convinto di essere nella direzione buona, si rendeva conto di dover ricominciare. A un certo punto si mise a chiedere a qualche passante, ma nessuno sembrava essere in grado di aiutarlo. Via Pesce, sì; strà del Chiodo, anche; ma di vicoletto Sorte, neanche l’ombra.

Stanco e leggermente demoralizzato, Giorgio decise di prendere qualcosa in un caffè della zona. Una volta seduto, chiese di consultare lo stradario. Gliene diedero una copia consunta, risalente a qualche anno prima. Neanche lì trovò il famigerato vicoletto e pensò che forse era stato creato in tempi più recenti della guida.

Dopo aver chiesto a un vigile munito di stradario aggiornato, si convinse tuttavia che quel luogo non esisteva.

“Non posso mica essermelo sognato”, pensò costernato.

Cominciò allora una indagine su pagine gialle, telefono e Internet alla ricerca del “Fondaco delle Cose Perdute”. Niente.

Solo dopo aver chiesto informazioni anche alla Camera di commercio si convinse che doveva aver sognato, o aver avuto delle allucinazioni. In ogni caso, era stato tutto un parto della sua fantasia.

Ma come poteva essere stata una esperienza così vivida?

Lentamente i suoi ragionamenti cominciarono ad orientarsi secondo questa spiegazione, come aghi magnetici verso il nord, e l’avvenimento sbiadì e perse d’importanza, sopraffatto dalle banalità di tutti i giorni.

Fino a che, in una sera bigia di febbraio o forse di marzo, Giorgio caricò la sacca sportiva sui sedili posteriori e si accinse a salire in auto. Infilò una mano nella tasca del cappotto e non trovò le chiavi, ma un oggetto che lo punse.

Prima ancora di toglierlo dalla tasca, capì cos’era e, appoggiandosi coi gomiti alla portiera aperta, pianse.

Tratto da “Ultima uscita”, Il Riccio Editore, 2002

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